

La biodiversità del 𝙈𝙖𝙙𝙚 𝙞𝙣 𝙄𝙩𝙖𝙡𝙮 è il nostro vero vantaggio competitivo.
Articolo di Marco Fortis in esclusiva per EDI.
𝘔𝘢𝘳𝘤𝘰 𝘍𝘰𝘳𝘵𝘪𝘴, 𝘦𝘤𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘴𝘵𝘢, 𝘦̀ 𝘷𝘪𝘤𝘦𝘱𝘳𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘍𝘰𝘯𝘥𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘌𝘥𝘪𝘴𝘰𝘯. 𝘎𝘪𝘢̀ 𝘥𝘰𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘜𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘊𝘢𝘵𝘵𝘰𝘭𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘢𝘭 𝟣𝟫𝟫𝟫 𝘢𝘭 𝟤𝟢𝟤𝟤, 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘢𝘣𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘐𝘭 𝘚𝘰𝘭𝘦 𝟤𝟦 𝘖𝘳𝘦 𝘦 𝘐𝘭 𝘔𝘢𝘵𝘵𝘪𝘯𝘰. 𝘌̀' 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘰𝘮𝘪𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘚𝘵𝘶𝘥𝘪 𝘊𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘥𝘶𝘴𝘵𝘳𝘪𝘢.
Premessa
Per la prima volta nell’epoca contemporanea, perlomeno da quando esistono le statistiche, l’export italiano ha superato sull’arco solare di dodici mesi (da maggio 2025 ad aprile 2026) l’export del Giappone: un Paese con una popolazione doppia della nostra e con un modello industriale universalmente considerato vincente e paradigmatico (si pensi al ruolo storico del ministero MITI, alla qualità totale, al just in time, al modello Toyota, ecc.). Si tratta di una autentica notizia da libri di storia, che tuttavia è passata abbastanza inosservata sui media italiani, più propensi a dare risalto a notizie negative.
È invece importante approfondire le ragioni di questo sorpasso storico Roma-Tokyo che risiedono nello straordinario rafforzamento competitivo del Made in Italy degli ultimi anni e soprattutto nella sua eccezionale diversificazione in termini di imprese, prodotti e mercati.
Un Made in Italy per troppo tempo sottovalutato dalle analisi mainstream, sia accademiche (con la sola eccezione della letteratura anglosassone sui nostri hidden champions) sia giornalistiche, quasi sempre sulla base di preconcetti smentiti clamorosamente dalla realtà. Il più infondato di tali preconcetti è che la specializzazione internazionale dell’Italia sia “sbagliata”, non più adatta ai tempi, assolutamente perdente per la dimensione non sufficientemente grande delle nostre imprese, per la nostra limitata presenza nei grandi settori (auto, elettronica, tlc) e per l’elevato frazionamento delle nostre esportazioni in tanti, troppi prodotti. È stata invece proprio questa grande diversificazione del Made in Italy, con la progressiva ed impetuosa crescita di numerose leadership di nicchia della nostra industria per lungo tempo sfuggite ai radar degli osservatori, che ci ha portati ad assumere un ruolo sempre maggiore nel commercio mondiale e a superare perfino il Giappone.
D’altronde, la produzione di statistiche internazionali sempre più raffinate e dettagliate ci permette oggi di gettare nuova luce sulla struttura dell’export italiano e di smentire con ulteriori argomenti di sostanza i vecchi luoghi comuni. In questo articolo esamineremo l’export italiano sotto tre profili: quello delle imprese esportatrici; quello dei settori identitari del Made in Italy; quello delle dimensioni comparate del nostro export per numero di grandi surplus con l’estero, sia settoriali sia bilaterali. Un ulteriore aspetto che evidenzieremo è quello della diversificazione per prodotti dello stesso surplus commerciale con l’estero, che difende il nostro Paese da singoli rischi di crisi settoriali.
Le imprese industriali esportatrici italiane: di che tipo sono e quanto pesano?
La struttura delle esportazioni industriali dei Paesi OCSE è quasi sempre caratterizzata da una nitida forma piramidale, dove alla base c’è il predominante export delle prime cinquanta imprese esportatrici, poi al secondo posto c’è la fetta più piccola dell’export delle imprese dalla centunesima alla millesima posizione e, infine, alla sommità della piramide, vi è l’export ancora più piccolo delle restanti imprese esportatrici. Soltanto l’Italia fa eccezione, con il suo ecosistema imprenditoriale unico al mondo, che basa proprio sulla differenziazione dei prodotti esportati e del numero delle imprese esportatrici la sua forza: una specie di record di biodiversità “economica” (come quella che il nostro Paese detiene in Europa anche per le specie vegetali). La struttura dell’export industriale italiano è infatti quella di una piramide rovesciata dove alla base c’è l’export, più piccolo, seppur rilevante, delle prime cento imprese, poi segue quello più ampio delle imprese dalla centunesima alla millesima posizione e infine, in alto, troviamo il gigantesco export delle restanti imprese. In quest’ultimo caso, i dati smentiscono un altro dei classici luoghi comuni, quello secondo cui le microimprese sarebbero una presunta palla al piede della nostra competitività internazionale.

Infatti, come appare dalla tabella 1, nel 2023 l’export dell’industria italiana è stato pari a 472 miliardi di dollari. Eravamo allora il quarto Paese per export dell’industria tra le trenta nazioni OCSE per cui sono disponibili dati (mancano, tra i Paesi OCSE, il Giappone e, tra gli altri grandi esportatori, la Cina e Taiwan). Sappiamo pure, da altre statistiche OCSE, che, sempre nel 2023, l’export dell’industria italiana realizzato da circa 37 mila microimprese con meno di 10 addetti è stato di appena 9 miliardi di dollari. Dunque, anche senza il marginale apporto delle imprese più piccole l’Italia sarebbe comunque di gran lunga il quarto Paese per export dell’industria, assai davanti alla Francia, al Canada e alla Spagna.
Ma non è questo l’aspetto che più ci interessa in questa sede, bensì quello dell’elevata concentrazione delle esportazioni industriali di tutti gli altri Paesi, ad eccezione dell’Italia, a livello delle prime cinquanta imprese esportatrici. Infatti, nella maggior parte dei trenta Paesi considerati, le prime cinquanta imprese esportatrici arrivano a coprire tra il 40% e il 60% dell’export totale dell’industria, con punte del 64% in Corea del Sud, del 75% in Svizzera e dell’85% in Irlanda. La quota dell’Italia è invece molto bassa, pari solo al 21%. In valore assoluto, l’export delle prime cinquanta imprese industriali italiane è appena il dodicesimo su trenta Paesi. Ciò dipende dal limitato numero di grandissimi gruppi industriali che l’Italia possiede.
Tuttavia, la struttura dell’industria italiana è ricchissima di imprese medio-grandi e grandi, tant’è che, per export industriale delle aziende che vanno dalla cinquantunesima alla millesima posizione per importanza, l’Italia sale prepotentemente al terzo posto della graduatoria dietro soltanto a Germania e Stati Uniti. Non solo. Nell’export delle restanti imprese industriali, grazie al suo rilevante numero di medie e piccole imprese, l’Italia si colloca al secondo posto dietro la Germania, nettamente davanti agli Stati Uniti e alla Corea del Sud. Posizione che il nostro Paese occuperebbe, per nulla penalizzato, anche senza i 9 miliardi di export delle microimprese di cui abbiamo detto sopra.
Ci si può sbizzarrire con i confronti, utilizzando anche l’abbondante disponibilità di dati di export delle prime 5, 10, 50, 100, 500 imprese industriali per ogni Paese. Ad esempio, è interessante osservare che, senza il contributo delle prime 5 imprese, l’export industriale italiano già risulta più alto di quello della Corea del Sud. Mentre senza il contributo delle prime 500 imprese, l’export industriale italiano è più alto perfino di quello statunitense.

La figura 1 mostra un confronto tra la struttura dell’export delle diverse imprese esportatrici di Italia, Francia, Stati Uniti e Corea del Sud. Essa evidenzia plasticamente le caratteristiche uniche del nostro export a “piramide rovesciata”, con il ruolo preponderante delle imprese medio-grandi e grandi e delle restanti imprese rispetto alle “top 50”.
I mille prodotti identitari del Made in Italy
Un altro approccio di analisi del Made in Italy è quello della numerosità e varietà dei prodotti esportati dall’Italia. In questo caso, le statistiche della classificazione HS a sei cifre consentono di identificare circa 5.600 prodotti in cui si può suddividere dettagliatamente il commercio internazionale. E, nel caso dell’Italia, evidenziano un dato di notevole rilevanza economica. Cioè che la maggior parte delle esportazioni italiane del 2025 (oltre il 70%) è generata da circa mille prodotti con un export compreso tra i 100 milioni e i 7 miliardi di dollari (vedi tabella 2). Dunque, prodotti non troppo piccoli (come per lungo tempo si è erroneamente argomentato), magari non grandissimi (come l’auto, gli smartphone, i PC o i chip di memoria), ma sufficientemente dimensionati per permetterci di primeggiare nel commercio mondiale.

Solo sei nostri beni eccedono la soglia dei 7 miliardi di dollari di export. Si tratta di tre categorie di prodotti dell’industria farmaceutica (in cui l’Italia ha ormai assunto un ruolo di primo piano a livello internazionale), la gioielleria, l’oro e una categoria di prodotti petroliferi. Quasi tutti gli altri principali beni esportati dall’Italia, a cominciare dai più grandi (rubinetteria-valvolame, vini, borse in pelle, macchine per imballaggio, yachts, navi da crociera, mobili, piastrelle ceramiche, autovetture sportive, pasta, formaggi, occhiali, freni, profumi, macchine per l’industria alimentare, pomodori lavorati, ecc.) fino ai prodotti più piccoli ma comunque importanti (selle per biciclette, orate, cavoli e broccoli, limoni, mandorle, parti di macchine per conciare o lavorare le pelli, ecc.) si collocano sotto la soglia superiore dei sette miliardi di dollari di valore esportato e sopra quella inferiore dei 100 milioni di dollari.
Se la lotta per il quarto posto tra gli esportatori mondiali è ormai una corsa spalla a spalla tra Italia, Giappone e Corea del Sud, nel segmento specifico dei prodotti da 100 milioni fino a 7 miliardi di dollari di valore esportato l’Italia è nettamente quarta (dopo Cina, Germania e Stati Uniti), con un export nel 2025 di ben 529 miliardi di dollari, 80 miliardi più della Francia (che è quinta), circa 100 miliardi più del Giappone (sesto) fino ad oltre 200 miliardi più della Corea del Sud (ottava, una nazione che esporta soprattutto pochi grandissimi prodotti, come i circuiti elettronici e le auto) e oltre 370 miliardi più di Taiwan (una nazione che esporta praticamente quasi solo PC e circuiti elettronici).
I circa mille (1.090 per la precisione) prodotti esportati dall’Italia tra i 100 e i 7 miliardi di dollari sono un’autentica carta d’identità del nostro Paese, che dovremmo tutti conoscere: un esempio di diversificazione produttiva unico al mondo. Costituiscono l’ossatura delle nostre esportazioni, coprendo il 73% dell’export totale di merci dell’Italia, mentre in altre nazioni questa classe di valore dei prodotti esportati ha un peso molto minore. Inoltre, tali prodotti garantiscono al nostro Paese un surplus commerciale con l’estero pari, nel 2025, a 113 miliardi di euro.
Se poi si considera che l’Italia può vantare anche altri 518 prodotti con un export compreso tra i 50 e i 99,9 milioni di dollari, per un controvalore di circa 37 miliardi di dollari, si ha un’idea di quanto il Made in Italy non sia affatto “nano”, come molti hanno superficialmente sostenuto per anni, ma un attore pienamente in grado di competere da protagonista in tantissimi prodotti.
L’Italia non è “nana”: è terza al mondo per grandi surplus settoriali e bilaterali superiori ai 5 miliardi di dollari.
In effetti, l’Italia non è affatto un Paese “piccolo” in termini di settori esportatori e di relazioni commerciali bilaterali con altri Paesi, come molti continuano a credere erroneamente.
Se consideriamo i surplus a livello di grandi settori (classificazione HS a due cifre) e i surplus bilaterali di ciascuna nazione con gli altri Paesi, ponendo come asticella che sia i primi sia i secondi siano superiori ai 5 miliardi di dollari (un livello certamente sfidante in termini dimensionali), l’Italia appare come un “gigante” tra i giganti, seconda nel mondo soltanto a Cina e Germania. Il nostro Paese nel 2025 ha presentato ben 11 settori con surplus commerciali con l’estero superiori ai 5 miliardi di dollari (come la Germania, mentre la Cina è a 41 settori). Contemporaneamente, l’Italia vanta anche 10 surplus bilaterali con altrettanti Paesi superiori ai 5 miliardi di dollari (la Germania è 21, la Cina a 47). Dunque, il nostro Paese, lungi da essere “nano”, è nettamente terzo nel mondo dopo Cina e Germania per diversificazione in termini di grandi surplus sia settoriali sia bilaterali. Seguono, più staccati, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Francia e Regno Unito, invece, sono tra i Paesi di coda (si veda la figura 2).

Gli undici grandi settori in cui nel 2025 l’Italia ha registrato attivi con l’estero maggiori di 5 miliardi di dollari sono, nell’ordine: meccanica, farmaceutica, articoli in ferro e acciaio, vini e liquori, mobili, imbarcazioni, gioielleria, pasta e prodotti da forno, articoli in pelle, articoli di abbigliamento, cosmetica. Appena sotto i 5 miliardi di dollari, tra i 4 e i 5 miliardi, troviamo poi altri tre settori chiave del Made in Italy: le calzature, le piastrelle ceramiche e i prodotti derivati dalla lavorazione di ortaggi e frutta. Mentre i dieci Paesi con cui l’Italia può vantare surplus commerciali bilaterali maggiori di 5 miliardi di dollari sono, sempre in ordine di importanza: Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito, Francia, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Polonia, Australia, Messico e Giappone. Con due altri Paesi, Hong Kong e Canada, l’Italia presenta surplus superiori ai 4 miliardi.
Il surplus commerciale italiano non dipende da pochi prodotti e quindi è meno esposto a rischi


Se si considerano le bilance commerciali, esclusa l’energia, dei Paesi del G20, di Taiwan e del Vietnam illustrate nella tabella 3, si può osservare che solo dieci Paesi del G20, più Taiwan e Vietnam, nel 2025 hanno registrato degli attivi con l’estero. Per l’elaborazione di tale tabella, questa volta abbiamo considerato un elenco di beni intermedi, né troppo grandi né troppo piccoli, cioè quelli individuati dalla classificazione HS a quattro cifre.
La graduatoria fino al settimo posto, occupato dall’Italia, coincide grosso modo con quella dei più grandi surplus commerciali non energetici del mondo (esclusi gli scambi artificiosi di Olanda e Irlanda, legati a transiti o a espedienti fiscali). Da notare che il Vietnam è al terzo posto, Taiwan al quarto, la Corea del Sud è quinta, mentre una tradizionale potenza manifatturiera come il Giappone è ormai soltanto in sesta posizione.
Possiamo tuttavia osservare che, se escludessimo il primo prodotto per surplus a livello HS a quattro cifre, Taiwan, senza i computer, già scenderebbe subito al sesto posto, il Giappone, senza auto, scenderebbe al settimo e l’Italia, senza farmaci confezionati, salirebbe invece al quinto posto. La Corea del Sud, senza circuiti elettronici integrati, salirebbe al quarto posto ma il suo attivo si ridimensionerebbe notevolmente e diventerebbe solo di poco superiore a quello italiano.
Se poi escludessimo il primo e il secondo prodotto, la Corea del Sud, senza anche l’auto, scenderebbe al quinto posto, superata dall’Italia senza anche la gioielleria, che salirebbe in terza posizione davanti pure al Vietnam, senza telefonia e computer. Taiwan, senza anche i chip, precipiterebbe all’undicesimo posto e finirebbe perfino in deficit.
L’ultimo passo è immaginare i dodici Paesi analizzati senza i loro tre primi prodotti in surplus. L’Italia, senza farmaci confezionati, gioielleria e vini, resterebbe comunque l’unica nazione, assieme ai due giganti Cina e Germania, con un attivo con l’estero esclusa l’energia significativo, pari a 59 miliardi di dollari, oltre tre volte più grande di quello del Vietnam e quattro volte più grande di quello della Corea del Sud, con Taiwan in deficit.
Questa analisi dimostra in modo inequivocabile come le principali economie asiatiche, ad eccezione della Cina, abbiano dei surplus con l’estero, esclusa l’energia, dipendenti da pochi prodotti, prevalentemente elettronica e auto. L’Italia, viceversa, ha un surplus commerciale al netto dell’energia molto diversificato, che, anche senza i primi tre prodotti per importanza, resta molto elevato. Questa notevole diversificazione riduce i rischi per il Made in Italy e non lo espone a eventuali crisi settoriali specifiche o a bolle, come quella dell’IA, che in queste ultime settimane sta tenendo in ansia i produttori sudcoreani di semiconduttori e di memorie, nonché le borse mondiali e soprattutto quella di Seul, in cui Samsung Electronics e SK Hynix da sole rappresentano il 50% della capitalizzazione.

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